Facile come sparare sulla Croce Rossa
Capitolo 2 - Le mosse del cavallo

La crudeltà, come tutti i vizi, non richiede altro motivo che se stessa: ha bisogno soltanto di un’occasione.
George Eliot
La ragazza sotto casa
Passi per le scale: era l’ora!
Adesso avrei dovuto tenere tutto a memoria nel modo più preciso possibile, non era facile. Non potevo usare il quadernone davanti a lui, già era tanto che me lo lasciasse tenere. Lo adoperavo scrivendoci sopra fitto fitto, quando potevo, perché non sapevo se ne avrei mai ottenuto un altro… in realtà non sapevo niente; non sapevo nemmeno se il giorno dopo sarei stata viva.
Poi, in genere, quando si arrabbiava gettava via tutto il mondo, insomma... il “mio” mondo. Il mio pianeta piccolo, piccolo. Quant'era grande? Non saprei... diciamo che se io sono alta normale, il mio pianeta sarebbe risultato alto quanto una me più metà, largo due me e lungo quattro.
Lui lo vedevo tutti i giorni, due volte al giorno: quando scendeva per portarmi il mangiare e apriva gli scuri di legno per lasciar entrare la luce del sole. Per circa un'ora o poco più. Credo di ricordare che, in una delle sue elucubrazioni da matto, avesse detto qualcosa riguardo all'aria, alla luce, alla salute della pelle... boh?
Poi ritornava la sera e quasi sempre abusava di me, fisicamente intendo. Per fortuna era grasso e credo anche che fosse vecchio, così quando si sfogava con me, dopo non mi faceva più niente di male.
Andava a dormire presto.
Da un po’ di tempo le cose erano cambiate.
Ricordo la prima volta che portò giù il computer. Doveva usarlo già da un po’, perché non era nuovo e lui subito sapeva su quali siti andare. Era da sempre che lui si accoppiava con me, ma io non provavo quasi niente oppure, addirittura, un senso di rassegnato disgusto. Ma le cose che mi faceva vedere sullo schermo non le avevo mai guardate prima… e mi affascinarono. Cominciai persino a provare piacere... toccandomi, dopo… da sola.
Quando cominciai a scriverle, la cosa lo ispirò… però era guardingo.
Gli dissi che se non potevo avere il PC tutto per me, almeno scrivevo storie per sfogare la mia solitudine. Visto che il gioco divenne eccitante per lui, non mi ostacolava. La mia fantasia “perversa”, come la definiva, lo arrapava come diceva a volte con gli occhi che brillavano di libidine. Ma io credo anche che gli facesse piacere per giustificare il suo comportamento; forse pensava che se scrivevo quelle cose così “belle”, probabilmente ero anche felice…
Dopo alcuni mesi iniziò a usarmi per il web.
Il maiale, come sempre, aveva saputo trovare il suo tornaconto.
Grazie ai miei calcoli sgangherati era ora di tentare di trovare il mio!
La Filastrocca
Non è la terza, non è la quarta
la misura del reggipetto
e sono livide e dilatate
anche le natiche della ragazza.
Porta la quinta per le mutande
Celato non teme assalto virile.
Seguendo il passo del Cavallo,
ci si avvicini in tempo di Luna.
Erika Bells, diede uno sguardo distratto all'ultimo post comparso sullo schermo del controllo, a sinistra della sua postazione. Lesse distrattamente, poi lasciò perdere:
- Uffa... questa, oltre che troia, è pure matta. – sussurrò indossando il soprabito.
Si era fatto tardi, come al solito, e Adam avrebbe rotto le palle… come al solito. Che ci poteva fare? Aveva un lavoro di merda ma era pur sempre un lavoro.
Quando uscì comprese che, per fortuna, anche lui era arrivato da poco e non era di cattivo umore, nonostante la pioggia che veniva giù a raffiche, incessante e fastidiosa.
- Che ne dici, andiamo dai “napoletani”? – Erika rise.
- Cazzo ma ti sei proprio innamorato della pizza... eh?
Adam ridacchiò. Era vero, da quando avevano aperto una vera pizzeria napoletana nel cuore di Londra, lui sbavava solo al pensiero di quella bontà. Forse, quei profumi mediterranei gli ricordavano le vacanze che amava fare nel sud Italia. Il mare, Erika lo sapeva, lo affascinava e lo attraeva; lo rendeva felice come un bambino.
Al ragazzo chiese anche lei una birra, chiara e leggera. Mentre sgranocchiava delle patatine caldissime, Adam si godeva la sua “Margherita”.
– Mi stai diventando pure libidinosa, adesso?
- Lasciamo perdere, – disse lei amareggiata – se questa tipa la smettesse di inserire parole “sensibili” nei suoi racconti schifosi, potrei evitare di leggere tanto lerciume... mi tocca, lo sai.
Si erano conosciuti a Informatica; dopo si erano persi di vista, poi il destino li aveva ricombinati, dopo quasi 5 anni. Anche Adam lavorava nel settore ma in attività del tutto diverse. Lei aveva ricuperato per “vecchiaia” un lavoro da consulente per l'Intelligence, la Polizia in poche parole. Passava le ore ad ascoltare, a osservare, ad analizzare tutto ciò che era di sua competenza, che richiamava l’attenzione dei Sistemi Informatici automaticamente. Parole, immagini, formule strane; tutto ciò che Internet le passava, lei doveva leggerlo e valutarne la “pericolosità”.
Chiaramente, dopo 2 anni noiosi e inutili non credeva più nel suo lavoro.
I Servizi sapevano in quali acque navigare per controllare i loro pericolosi “pesciolini”, a lei che non era nessuno, lasciavano le operazioni di routine, gli sfigati e i depravati… era noioso ma almeno le rendeva uno stipendio e un minimo di indipendenza.
Il controllo
- William Caan? – chiese l’operaio con la tuta troppo pulita per essere usata.
- Sì? – rispose l’anziano professore.
– Solo una brevissima intervista, siamo dei telefoni... - l’uomo continuò, rivolgendogli alcune domande banali e poi concluse con:
- Vive da solo qui, professor Caan?
Lui stava per rispondere in modo sarcastico, ma preferì fingersi ingenuo:
- Sì, perché?
- Semplice curiosità… ha una bella casa, grande…
Il controllo di routine terminò. L’uomo rientrò in auto e la squadra di falsi operai si allontanò, senza fermarsi a nessun’altra casa del viale. L’uomo aveva chiesto notizie sulla sua soddisfazione rispetto all’ADSL, se conosceva il nuovo sistema… la trasmissione via fibra… eccetera: tutte cose che il Gestore avrebbe potuto chiedere per telefono.
E Willy mangiò la foglia.
La verità era che gli era andato tutto fin troppo liscio, per anni. Non era mai stato sotto pressione.
Dopo le prime settimane in città tutto si era normalizzato, nessuno aveva sospettato di lui.
Era stato in gamba a scegliere una ragazza a caso, alla prima occasione, senza premeditazione.
Le loro esistenze si erano incrociate per caso, davanti
al bagno di un Centro Commerciale.
L’addetto alle pulizie aveva lasciata aperta la porta di sicurezza, il tempo di fumarsi una sigaretta fuori, in attesa che il pavimento si asciugasse. La Rover di Willy, fortuitamente, era parcheggiata a due passi,
proprio sul retro.
Era quasi Natale, c'era tanta gente in giro. Nessuno fece caso al distinto signore che si allontanava con la “figlia” problematica.
Non aveva esercitato particolare violenza sulla ragazzina… Nonostante la mole, appena gli si era presentata l’occasione lui si era infilato nel bagno: una scusa banale per avvicinarsi poi, tenendole la mano sulla bocca, le aveva infilato l’ago nel collo.
La ragazza era un tipo lento… l’effetto sorpresa e il terrore la bloccarono. Non scalciò quasi per niente; alcune accettabili gomitate affondarono nella pancia molle del professore in pensione.
Ubbidiente e intontita, camminando a scatti mentre lui la guidava per le spalle, si lasciò infilare in auto, poi s’immobilizzò completamente. Caan la scrutò prima di partire; controllò le pupille e le sentì il polso. Dosaggio perfetto, non aveva dubbi, dopotutto la sua specialità era l’Anestesia, conosceva perfettamente gli effetti di droghe e veleni.
Partì lentamente, con circospezione, controllando se ci fossero capannelli o allarmi a segnalare che qualcuno stesse già cercando la ragazza, ma gli era andata bene e la sua fuga continuò, liscia come l’olio.
Aveva sempre agito così. Anche le altre due gli erano capitate a tiro fortuitamente. Solo questa era durata tanto tempo, però.
Prima c’era stata una prostituta neppure tanto giovane, poi una piccola, quasi una bambina. Non gli avevano dato grandi soddisfazioni. Erano morte da tempo. I loro pezzi, ciò che rimaneva di loro, l’aveva sciolto nell’acido, senza fretta.
Come le altre l’aveva presa, raccattata come un giocattolo trovato per strada. Adesso era ora di disfarsene.
Quando scese da me, quella sera, era arrabbiato. Mi sentii in colpa come una bambina che non ha saputo fermarsi in tempo, adesso che capivo che lui sapeva, ero pentita. A pranzo non avevo avuto nulla, ma a cena non volli mangiare lo stesso.
Finse di prendersela, doveva essere arrabbiato e aveva bisogno di sfogarsi. Prima mi picchiò e poi mi prese da dietro, in ginocchio sulla poltrona. Non usò nessuna precauzione e venne dentro senza interesse: non era mai successo. Capii che era la fine!
Solamente non sapevo quando sarebbe tornato...
Un’idea inarrestabile
- Sono strani i racconti della tua “amichetta” ma anche eccitanti! Pure le foto: bel corpo. Non me la presenti? – Adam ridacchiò, conoscendo il carattere possessivo di Erika, ma lei lo sorprese, ridendo a sua volta.
- Oh certo, si accomodi, sempre che lei sia gay, mister!
Adam era veramente stupito, adesso.
- Eh sì, porcellino mio. Oggi sono passata in sede, Dory mi ha detto che hanno controllato, sembra che la tua eccitante pornostar corrisponda, nella vita reale, a un vecchio professore in pensione che vive da solo!
- Ma dai, impossibile: un bacchettone solitario che scrive quelle cose? – Adam era sorpreso, – Allora è uno che non ci sta con la testa, te lo dico io!
- Questo non è un reato nel nostro paese, “figliolo”...
E dai non sbavare più! Il web è pieno di seni e culi da tutto il mondo. Adesso, vuoi pensare a me? – disse abbracciandolo per tagliare corto; il giorno dopo era molto impegnata ma quella sera aveva voglia di fare l’amore.
***
Avrei voluto piangere.
Non mi dispiaceva tanto morire: i miei giorni erano sempre uguali e noiosi, nel mio “mondo” di 6 metri cubi. Ma mi addolorava sapere che il mio corpo non avrebbe mai riposato in pace... sarei sparita senza una tomba. Nessuno avrebbe mai posato un fiore per me... I miei, i miei amici non avrebbero mai saputo niente: lui mi avrebbe fatto a pezzi… Non lo aveva mai detto di me, ma qualche volta che era sceso e aveva bevuto, mi aveva parlato di ciò che aveva fatto alle altre ragazze… si era vantato: dopo tutto era pazzo, lo sapevo.
Il suo disinteresse mi feriva più della paura. Anni della mia vita, strappati e gettati come i fogli di un vecchio calendario, e ora: ora mi considerava meno di un gatto di cui disfarsi! In 9 anni non mi aveva mai chiamata per nome.
Mi aiutò a salire di sopra, ero malferma sulle gambe, poi mi spinse nella vasca da bagno come quando mi faceva lavare, una volta a settimana.
Più che adagiarmi nella vasca ci crollai, il sonnifero (o il veleno) stava facendo il suo dovere. Picchiai la testa, un gomito ma non sentivo più alcun dolore: tutto era ovattato e confuso intorno a me.
Il salto del cavallo?
Una fantasia idiota.
Lui, adesso, stringeva in mano un vecchio rasoio."
Adam non dorme
Quella sera il piacere aveva deluso entrambi.
Ormai Adam si era perduto in altri pensieri e ad Erika non piaceva il sesso meccanico. E peggio ancora: a quel punto non riusciva a prendere sonno.
Lui si era alzato subito, con una scusa... adesso mancava da un po’.
Poi, mentre lei stava finalmente per assopirsi la notte finì d’improvviso perché… perché Adam era impazzito: piombò nella camera da letto con il portatile in mano e l'aria trionfante.
- Scommettiamo che sono più bravo dei tuoi amici investigatori?
Lei protestò ma lui non le diede ascolto, era troppo eccitato.
"Porcaccia miseria!" pensò, poi si trattenne e trovò la forza di aprire gli occhi: sullo schermo alcune foto del suo caso, la “scrittrice erotica”. Una ragazza senza volto che si mostrava pure nuda e in pose lascive.
- Le foto sono sue! - disse il suo uomo, convinto. - Ascolta: ho controllato i titoli nascosti dei file, poi le stringhe e anche le foto: non esiste niente di simile in tutto il web! Le foto sono sue, del proprietario del PC... il tuo professor "porcello"!
- E con questo?- la ragazza era furiosa, voleva dormire, ne aveva bisogno e invece...- Che vuol dire? Sei stupido o cosa? Può essere una puttana, può averle scattate da una rivista... - si alzò per andare a bere, ignorandolo seccata.
- E la poesia? - disse Adam, falsamente angelico.
Lei lo guardò senza capire, ora completamente sveglia, cercava di fulminarlo con lo sguardo.
- La poesia, tesoro... ascolta attentamente.
Adam cambiò finestra, una serie di Doc in Word era aperta sul desk.
- "Non è la terza, né la quarta” e dopo “Porta la quinta". Prima di questa versi strani, qualcuno, in quella casa, ha scritto malissimo 18 racconti erotici in un paio di anni, Ok? - controllò che Erika lo seguisse – Nel terzo rigo del terzo racconto e nel quarto rigo del quarto, compare sempre la stessa parola, anche se dissimulata tra le altre. Però la Filastrocca cosa dice: l’importante non è la terza, né la quarta ma: “Porta la quinta.”
La parola, stavolta nel quinto rigo del racconto numero 5 è ancora una volta la stessa: Aiuto!
- Beh… sarà una coincidenza. - disse Erika pensosa.
- Io non credo proprio, - disse lui eccitato – perché nella quinta pagina, partendo da Aiuto, se segui il suggerimento della Poesia e ti muovi verso il basso, se lo fai secondo l’andatura del Cavallo nel gioco degli Scacchi… guarda cosa accade.
Senza speranza
Sto per morire!
La droga e la noia di vivere mi aiutano ad accettare.
Ho solo 21 anni ma non sono mai stata giovane e adesso la mia vita finisce qui, in questa squallida casa… senza che io abbia vissuto un istante di felicità. Non ci sarebbe mai stato un bacio romantico, né una sera in discoteca… non un solo falò sulla spiaggia o, semplicemente, una pizza con le amiche.
Lui non si cura di me, non ha pietà.
Senza pudore, senza rispetto, poggia sulla sedia vicino alla vasca tutto ciò che gli serve per uccidermi e farmi a pezzi.
Come fossi un insetto, un oggetto da smontare per disfarsene con maggiore comodità. Lui non aveva mai provato niente, per me… ma adesso, di sicuro, mi odiava con tutta l’anima. Avrebbe voluto vedermi sparire… dissolta già in polvere: adesso la mia carne tenera e il mio sangue caldo erano un impedimento, una seccatura. La pelle, i tendini, quel corpo morbido dove per anni tutti i giorni aveva scaricato le sue gocce di piacere, doveva essere distrutto e smaltito con cura.
Ero solo un grande fastidio e, adesso, lui doveva fare in fretta: aveva paura.
Quanta malvagità può partorire la mente umana!
Sul sedile un rasoio, forse per sgozzarmi o tagliare le vene, una specie di accetta o una sega, non vedevo bene perchè gli occhi erano pieni di lacrime. Il medicinale che mi aveva iniettato non mi permetteva di gridare, ma potevo piangere. Ero inebetita e immobile… non riuscivo a muovere neppure un dito.
Per terra c’erano delle grosse buste della spazzatura. Mi sento umiliata a morire così… ripensai al mio trucchetto: il salto del Cavallo. Una mossa inutile… ero sconfitta. Aveva vinto lui… dopotutto era stato proprio lui a insegnarmi il gioco degli Scacchi.
Il Re nero si salva e resta in stallo fregando, ancora una volta, la Polizia, la giustizia degli uomini e quella di Dio… e la Regina muore, sezionata in una vecchia vasca, in un cesso nemmeno tanto pulito.
La mossa del Cavallo
- Gli scacchi, hai presente? – disse Adam. - Guarda qui cosa c'è scritto... - Erika controllò senza più credere ai proprio occhi.
Adam ripresentava la pagina del foglio 5 del quinto racconto pubblicato onLine. Però, stavolta, una teoria di linee a forma di “L” collegava alcune parole, partendo dal riferimento principale: Aiuto! E così, da una parte si arrivava a “rapita”, poi a “pervertito”. E ancora: “prigioniera” e “rinchiusa”.
Tutte parole accuratamente distanziate, collocate in frasi poco coerenti di un racconto erotico assai banale.
- E per finire… secondo me, ci sono altri indizi nella Poesia stessa!
Erika, seduta sul letto, non sapeva cosa pensare, come comportarsi… non aveva mai dato importanza al suo lavoro, non aveva creato troppi collegamenti… non aveva mai fatto squadra, insomma. Lei si limitava a segnalare i dati richiesti e aveva contatti essenzialmente con Dory che era, alla fine, un’impiegata.
Ma Adam aveva preso sul serio quello strano gioco investigativo, sicuramente vedeva un sacco di Thriller e leggeva libri Gialli.
Ora, sullo schermo spiccava nuovamente la poesiola sconclusionata che tutti, in ufficio, avevano già catalogata come l’ennesima stronzata del professore solitario e matto.
Non è la terza, non è la quarta
la misura del reggipetto
e sono livide e dilatate
anche le natiche della ragazza.
Porta la quinta per le mutande
Celato non teme assalto virile.
Seguendo il passo del Cavallo,
ci si avvicini in tempo di Luna.
- Io dico - riprese Adam - che ci sono altri rifermenti, anche drammatici, tra i versi che sembrano ingenui. Oltre a indicare la mossa del Cavallo, per cercare indizi sparsi in 2 anni di scrittura: quindi la ragazza aveva un piano, sin dal primo momento. Ma ci sono altre indicazioni, ascolta:
Non è la terza e nemmeno la quarta la misura
Si tratta di una persona esile e, se la ricolleghiamo alle foto pornografiche, il fisico è quello, non credi?
Le natiche livide e dilatate?
Inutile ricordarti, ancora le foto, no? La donna viene infilata con oggetti sessuali, e quasi sempre sodomizzata. Avevo anche notato sulle immagini, non proprio nitide, una tendenza al violaceo nella zona delle natiche: io penso che sia un segno che la giovane è stata frustata, o comunque sottoposta a colpi violenti sul sedere.
Ancora: Porta la quinta per le mutande… Ora se la donna delle foto è magrissima, chi è che porta la quinta? Se ci fai caso, prima c’è il punto, non una virgola, probabilmente adesso il soggetto è cambiato. E la quinta delle mutande è la misura che deve utilizzare un uomo grasso, panciuto; proprio uno col fisico del vostro Professore.
- Domani mattina chiamo Dory - disse Erika. Adesso era completamente sveglia.
- Domani potrebbe essere troppo tardi! E poi leggi. Guarda l’ultimo verso
Ci si avvicini in tempo di Luna…
Di notte insomma.
Erika non era un poliziotto, solo un tecnico di controllo ma l'apprensione di Adam fu contagiosa; consapevole di potersi rovinare la carriera, chiamò ugualmente il suo capo, svegliandolo, ma ne ricavò solo risposte vaghe e parecchie maledizioni.
Scacco
Soli, vestiti alla meglio, Erika e Adam erano davanti alla villetta buia e silenziosa.
Tutto il quartiere residenziale dormiva; i due giovani si erano avvicinati a fari spenti. Ora sostavano di fronte cercando una soluzione al problema che, da soli, si erano procurati. Non avevano armi di sorta… e se le avessero avute forse sarebbe stato anche peggio, visto che non avevano alcuna autorizzazione a portarne. Infine, le congetture di Adam, che sembravano solide nel “giochetto” di indovinelli in cui si era esibito mezz’ora prima, adesso, di fronte alla vita reale non sembravano avere più la stessa concretezza.
Si guardarono negli occhi indecisi sul da farsi… Poi Adam fece segno a Erika, indicando qualcosa in alto. La bruma della notte londinese non riusciva a nascondere la notevole quantità di fumo chiaro che veniva fuori dal comignolo di Caan. Forse la ragazza, qualora esistesse davvero, era già morta… e comunque c’era troppo fumo per essere le 4 del mattino di un mese primaverile.
Adam fece segno a Erika di aspettare là, poi raccolse dal cofano della macchina la chiave per svitare i bulloni delle ruote; era l’oggetto più pesante che avesse, di sicuro una difesa ridicola per stanare un probabile assassino scaltro e pervertito.
William Caan risalì lentamente dallo scantinato, senza accendere le luci.
Aveva bruciato tutto ciò che era appartenuto alla ragazza, compresi i nuovi capi di abbigliamento che le aveva comprato pochi giorni prima. Nel bruciare calze e lingerie aveva provato un po’ di rimorso: lei vestita da troia era molto provocante, gli sarebbe mancata.
Peccato… peggio per lei!
Qualcosa era andato storto… qualcuno aveva intuito qualcosa, chissà? Magari farle usare il computer non era stata una buona idea. Peggio per lei, avrebbero potuto stare insieme ancora a lungo. La ragazza gli piaceva e lui era anziano ormai.
I furbetti che volevano salvarla avevano firmato la sua condanna!
Sbirciò fuori. Era ancora buio, qualche isolato più in la gli sembrò di distinguere un’auto, ma non riusciva a ricordare se c’era già da prima; era troppo lontana per capirne il modello. Per il resto tutto taceva, ma doveva fare in fretta.
Andò nel bagno del piano terra. Chiuse accuratamente la porta e solo dopo accese la luce.
La ragazza era dove l’aveva lasciata ma, sentendolo, spalancò gli occhi fissandolo con terrore. Decise di reciderle la giugulare, non voleva che soffrisse; d’altronde sapeva che il sangue e i liquidi organici erano le tracce più complicate da contenere in caso di perdite e schizzi incontrollabili.
Il sistema migliore era far scorrere il sangue e le probabili orine nell’acqua tiepida: persino con il Luminol non si ottenevano risposte sicure, riguardo ai residue di sangue.
Prese il vecchio rasoio di sicurezza, più affilato e maneggevole di un bisturi; lo avvicinò velocemente al volto della sua vittima. Lei provò a scartare con i piedi ma riuscì a muoversi solo di pochi millimetri, contrasse di poco anche le dita delle mani… ma senza risultati evidenti.
- Bene, - disse soddisfatto il vecchio professore – meglio così, non c’è bisogno di legarti… Fai pipì, su… falla adesso, stammi a sentire.
Era del tutto disinteressato alla sua esistenza, una cosa raccapricciante. Si abbassò verso il suo inguine, col rasoio tagliò l’ultimo indumento che la copriva, un paio di mutandine rosa a fiorellini bianchi. Avvicinandosi pensò che magari poteva cominciare dall’arteria femorale, visto che era più vicina allo scarico della vasca… però sarebbe vissuta più a lungo, mentre si dissanguava. Per interrompere l’afflusso di sangue al cervello più rapidamente era meglio cominciare dalla carotide.
Il vecchio aprì l’acqua e si mosse per portarsi alle spalle della sua vittima.
Dal rubinetto un piccolo fiotto senza forza scivolò sul bacino della poveretta e poi nulla più. L’acqua era mancata!
Smanettò inutilmente un po’ con i rubinetti, era molto contrariato: non ci voleva.
In tanti anni in cui tutto andava liscio secondo i suoi piani, per la prima volta si trovò davanti a un vero problema. Lui si era convinto di averla sempre avuta vinta per la sua capacità di pensare e agire in maniera fulminea: nessuna premeditazione.
Il destino gli proponeva una “vittima” e lui, da predatore sempre vigile, scattava e coglieva l’occasione al volo; sicuramente aveva avuto una buona dose di fortuna ma, con gli anni, gli piaceva pensare più di essere un individuo eccezionale che un pezzo di merda baciato dalla sorte…
Che cosa era meglio fare?
Che tempo aveva?
Era un contrattempo… o era una trappola?
Doveva pensare, doveva decidere…
Ma poi si convinse che era un contrattempo, uno sventurato caso. Se trova un serial killer, la polizia non lo stana chiudendogli l’acqua. Era veramente una stronzata!
Uccidere la ragazza comunque?
E se poi l’acqua tardava a tornare? Il sangue avrebbe marchiato per sempre la vecchia porcellana e le tubature, rese porose dall’usura.
Magari le poteva mettere un sacchetto in testa e soffocarla… ma ancora l’acqua restava il suo dilemma. In poco tempo il sangue si sarebbe coagulato per non scorrere più, veloce e vitale come quando il cuore ancora pompava.
Maledizione!
La ragazza, straziata dallo spavento, lo seguiva con lo sguardo, senza rendersi conto di cosa stesse capitando.
Si decise ad uscire, solo per un attimo… un controllo sommario, giusto per non restare col dubbio. Probabilmente una volta fuori, si sarebbe reso conto che, affisso ai pali dell’illuminazione, la Compagnia dell’Acqua avvertiva gli abitanti di una sospensione dell’erogazione per lavori; non spesso ma capitava.
Guardò la giovanetta, ancora non riusciva a muoversi.
Secondo i suoi calcoli aveva ancora a disposizione una mezz’ora prima che lei riacquistasse la capacità di muoversi.
Per precauzione doveva fare in fretta: corse fuori, senza accendere le luci.
Un fruscio inatteso attirò la sua attenzione. Erika era acquattata in macchina, guardinga e spaventata. Aveva pregato Adam di non fare l’eroe, non essendo riuscita a trattenerlo. Lui era fatto così: era un ragazzo generoso!
Adam aveva raggiunto il giardino della villetta, cercando di fare del suo meglio per non dare nell’occhio. Si fece coraggio e scavalcò il cancelletto.
Nessuno. Dalla casa non si percepiva alcun segno di vita, tranne che per il comignolo che continuava ad emettere più fumo di quando ci si aspettasse a quell’ora. Ma quello non provava niente!
Girò lentamente intorno alla casa, stringendo la chiave e pregando di non doverla usare, in un modo o nell’altro.
Con la testa era entrato in quella “cosa” e adesso non si voleva fermare, anche correndo qualche rischio. Come tutti era stanco e arrabbiato di ascoltare le cronache di tante povere ragazze, spesso addirittura bambine che sparivano per mano di esseri lerci. Spesso dietro insospettabili borghesi si nascondevano dei veri e propri mostri ma purtroppo, anche se venivano scoperti, il danno era già fatto, le persone già morte e le loro famiglie completamente devastate.
Si guardò intorno cercando ispirazione… la sua intelligenza gli suggeriva di non essere avventato, entrare in quella casa non era da lui e, se qualcosa di drammatico stava accadendo, la sua intrusione poteva solo peggiorare le cose.
Qualcosa di strano attirò la sua attenzione.
Sul retro della casa quasi inciampò in un manicotto di tubo metallico, sicuramente doveva far parte dell’impianto idrico. Che ci faceva un tubo fuori dal terreno?
Aveva lavorato nell’edilizia: ritenne di trovarsi di fronte al tubo di carico, probabilmente per una perdita era stato aggiustato alla meglio, senza curarsi troppo dell’aspetto estetico.
“Tagliare i fili della luce, probabilmente, servirebbe a poco” pensò “è tutto buio… ma l’acqua?”
Come un segno del destino, in quel momento, dal tubo sortì il classico fruscio dell’acqua sotto pressione richiamata da un rubinetto appena aperto!
Qualcuno era lì dentro… era sveglio e aveva aperto l’acqua in quell’istante.
Compiendo uno di quei gesti incontrollati che solo la parapsicologia potrebbe tentare di spiegare, Adam alzò la chiave e colpì con tutta la forza.
Il tubo cedette con stridore e uno zampillo alto tre metri irrorò immediatamente e con violenza tutto ciò che c’era intorno, compreso Adam che si ritrasse, ormai fradicio.
Non sapeva se aveva fermato un omicida o spaventato un vecchio che pisciava, sofferente di prostata… ma ormai l’aveva fatto e non era pentito.
Will era fuori, nel silenzio.
Il fruscio veniva dal retro. Pensò che, già che c’era, era meglio dare un’occhiata, ci voleva un minuto… Svoltato l’angolo capì che il rumore che sentiva era il classico suono provocato da un potente zampillo.
Fece mente locale.
Il tubo rattoppato qualche mese prima aveva ceduto; forse l’aveva urtato qualche animale.
Era quasi l’alba. Che fare?
Calcolò che ci voleva troppo per riparare il tubo, almeno mezz’ora, e poi avrebbe dovuto accendere tutte le luci del giardino.
Meglio aspettare. Rientrava in casa, soffocava la ragazza e aspettava… se aveva fortuna, con l’acqua tiepida poteva dissanguarla ugualmente, senza troppe difficoltà; dopotutto era questione di pochi minuti.
Però una cosa andava fatta! Lo zampillo era troppo violento per ignorarlo. Qualcuno, un vicino, un agente avrebbe potuto notarlo e cercare di entrare nella casa.
Adam era acquattato nel giardino, aveva trovato un riparo di fortuna e sperava nella sorte affinché non venisse notato. Se quell’uomo avesse acceso le luci, l’avrebbe visto di sicuro, con tutta una serie di conseguenze a cui non voleva proprio pensare.
Il vecchio si muoveva lentamente, con circospezione. Non accese le luci ma aveva qualcosa in mano, qualcosa di metallico che, a tratti, luccicava quando rifletteva la luce, seppur fioca, dei lampioni. Probabilmente era un torcia… ma, stranamente, l’uomo non l’accese.
Si guardò meglio intorno, poi sembrò decidersi e si allontanò in modo guardingo dalla protezione dell’ombra della casa.
Adesso veniva verso Adam, più o meno nella zona del cancello d’ingresso. Il giovane non sapeva cosa fare. Lo aveva visto? Lui non avrebbe mai avuto il coraggio di agire contro il professore, non era il tipo… era terrorizzato dalle conseguenze.
A un paio di metri dal giovane, l’altro svoltò lentamente verso destra e si chinò, armeggiando con le mani tra l’erba bassa.
Per liberarsi posò sul selciato ciò che teneva in mano.
Adam trasalì: era un rasoio di sicurezza, un oggetto antiquato ma al tempo stesso raccapricciante.
Per il giovane la visione dell’oggetto anacronistico rappresentò la conferma certa delle sue arzigogolate congetture. La cosa non era più uno scherzo della sua fantasia: il sipario si apriva quasi certamente su una tragedia, una di quelle storie che compaiono al mattino sui giornali; il tranquillo e pacifico “signore della porta accanto” che nascondeva un mostro, un assassino insospettabile.
Adam scattò in avanti lasciando d’improvviso il suo nascondiglio, corse verso la casa a tutta velocità.
Il vecchio non se l’aspettava, pur stando sul chi vive, era convinto che nessuno lo stesse spiando; stava chiudendo l’acqua, stringendo la chiave d’arresto vicino al contatore.
Però si riprese immediatamente: per prima cosa raccolse il rasoio, poi si gettò all’inseguimento di quell’ombra che era comparsa nel suo giardino. Le cose si mettevano male… ma se quello era un “investigatore” solitario o semplicemente un balordo, avrebbe cercato di farlo fuori alla meglio. A risolvere i problemi ci avrebbe pensato dopo… adesso doveva fare di tutto per salvare il suo segreto!
L’altro fu scaltro, doveva avere avuto un’intuizione oppure vedendo il rasoio aveva capito che non aveva altro in mano e… con un piccolo tonfo chiuse la porta blindata.
“Maledizione!” una rabbia sorda e malevola invase William Caan. “Idiota”, si disse, aveva lasciato le chiavi all’interno della casa…
Adesso le cose si mettevano male. Oltre all’acqua che ancora zampillava, quasi sicuramente avrebbe dovuto rompere un vetro per rientrare in casa. Troppo clamore, troppe contrarietà ma poteva farcela.
Per prima cosa si doveva sbarazzare di quello stronzo che gli stava ormai di fronte, in mezzo al giardino.
Caan strinse il rasoio con decisione: sapeva dove e come colpire. Fissava l’ombra del suo nemico, sbavando rabbia e sperando di poterlo sopraffare con la sua molte. Come una belva ferita il professore era pronto a colpire.
Ora, dall’auto, era tutto più chiaro per Erika.
Prima intorno alla casa buia aveva potuto solo intuire cosa accadeva. Poi c’era stato il getto intenso dell’acqua, ombre che si muovevano veloci nel buio… concitazione. Era troppo per nascondersi, di sicuro Adam poteva essere in pericolo.
Qualcosa non andava in quella casa maledetta: Adam aveva ragione. Era il momento agire.
Per prima cosa mise in moto l’auto e accese i fari per direzionarli sul giardino: Adam e il professore si fronteggiavano. Il vecchio aveva qualcosa in mano ed era piegato in avanti, evidentemente stava per scattare e aggredire il suo uomo.
- Nooo! – strillò Erika, terrorizzata e non trovò niente di meglio da fare che suonare il clacson per richiamare l’attenzione.
William Caan fu colpito dal raggio violento dei fari. Quella luce intensa lo centrava come il dito di Dio. Si sentì scoperto, nudo, ora che dopo tanti anni che se ne stava nascosto come un topo, come uno scarafaggio, tutti avrebbero saputo chi era veramente!
Qualcuno dalla macchina iniziò a suonare il clacson; quel suono sgarbato e malefico gli feriva le orecchie… avrebbe voluto essere Superman in quel momento. Avere dei superpoteri per zittire il rumore, per spegnere i riflettori che lo accusavano.
Tremava impotente per la rabbia.
Vide in faccia il suo avversario. Era un giovane, era spaesato… sorpreso quanto lui. Non si rendeva ancora conto di chi fosse veramente William Caan, di quanto coraggio aveva, di cosa era pronto a fare… ucciderlo adesso, per lui che era quasi onnipotente, sarebbe stata questione di un attimo!
Il vecchio non sopportava di essere stato scoperto.
Non sarebbe più riuscito a ricucire tutte le falle!
Non c’era più soluzione: tra un’ora tutti avrebbero saputo, tutti avrebbero blaterato, criticato, oltraggiato la sua mente superiore.
Will capì che non aveva scampo, doveva giocare il tutto per tutto.
Stavolta non era stallo ma Scacco Matto.
“Come finiva quella poesia idiota? Cosa diamine aveva scritto quella ragazza inutile e puttana? Avrebbe dovuto ucciderla molto tempo prima.
Seguendo il passo del Cavallo
ci si avvicini in tempo di Luna
Scacco Matto… il Cavallo era sempre stato pericoloso e insidioso nel gioco degli Scacchi… vero.
Ci si avvicini in tempo di Luna?
Proprio così!”
Nell’alba livida, nel cielo plumbeo, attraverso la bruma del mattino ancora si riusciva a intravvedere la luminescenza della Luna quasi piena. Il professore alzò la testa per guardarla.
Strinse forte il rasoio, la lama affilatissima balenò perfetta, riflettendo la luce dei fari. Alzò la mano; Adam scartò all’indietro, preparandosi al peggio.
La mano del vecchio scattò veloce; la lama si poggiò come una piuma diabolica sul collo teso: il professore premette forte sul pomo d’Adamo, poi tirando di lato, lasciò che il rasoio affondasse nella pelle, che cedette come burro. Il sangue iniziò a zampillare, perdendo di forza ad ogni battito del cuore; divenne debole all’improvviso e si accasciò sulle gambe… mentre perdeva conoscenza
Forse era libero… ?
La luce non lo offendeva più e il maledetto strombazzare del clacson era cessato. Il vecchio stramazzò al suolo, mentre il sangue irrorava il terreno.
Aveva scansato il giudizio degli uomini… forse ora lo aspettava un giudice molto più severo.
Era l’alba.
Il silenzio spettrale venne rotto dal suono lacerante delle sirene che si avvicinavano alla casa.
Anche la ragazza si riscosse dal suo torpore e trovò la forza di ricominciare a sperare…
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